17.12.07

Notizione Manniane

Michael Mann torna, e lo fa con stile.
DOpo un anno dall'uscita di "Miami Vice" (che rimane un bel film, anche se molto discutibile), il miglior regista noir mai esistito annuncia (lo scorso 5 Dicembre) il suo nuovo film: "Public Enemy", biografia del famosissimo gangster John Dillinger, attivo nella Chicago degli anni '20.
Il film, le cui riprese partiranno a Marzo 2008, sarà nelle sale nel 2009.
Prima di dire la vera chicca del film (sigh!) una considerazione è d'obbligo: tante sono le voci di nuovi progetti del buon Michael: un nuovo noir sui trafficanti di droga, con Daniel Day-Lewis, il da me attesissimo "The Few", warmovie che lo riunirà a Tom Cruise dopo l'ottima esperienza di "Collateral". Devo dire che quindi la notizia di questo nuovo film è arrivata come un fulmine a ciel sereno.
Ebbene, la cosa che più sconvolge è che a interpretare John Dillinger sarà lui:


E il mio commento fu: Minchia, Mann... che sorpresa.
Su IMDB la notizia è confermata... e c'è chi parla di una partecipazione di Robert De Niro.
Manniani e Deppiani di tutto il mondo... questa si che è una notizia...

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1.12.07

Voglia di noir (italiano).


Diario dell'ultima settimana.
Venerdì scorso: a Roma trovo "Crimini", il libro id racconti, e lo compro al volo. Assieme ci rimedio anche una delle puntate del serial, in DVD, quella di Camilleri che ho tanto stimato.
Venerdì è anche il giorno che fanno, su Raidue, un altro gran bel poliziesco per la TV: "Nebbie e Delitti", con quell'ambiguo essere chiamato Luca Barbareschi (che, seppur discutibile, è un bravo attore).
Inizio a leggere il libro. Finora, due considerazione:
  1. Alcuni film della serie mi sono piaciuti più dei racconti da cui sono stati tratti!
  2. Bisogna considerare che non tutti i racconti sono stati poi trasposti in film. Ad esempio, nella raccolta non ci sono né "Rapidamente" né "Terapia d'Urto", rispettivamente di Lucarelli e Faletti, ma due storie completamente di rimpiazzo (quella di Faletti è orrenda).
Ora, questi due punti dovrebbero far intendere che i racconti non mi sono piaciuti. E invece no; il libro è bello, alcuni racconti, seppur diversi dai film, sono molto belli (tranne quello di De Silva: il film è veramente molto più bello).

Ancora: ho rivisto "Romanzo Criminale" di Placido e devo dire che l'idea che sia il miglior film noir italiano mai realizzato non riesce a uscirmi dal cervello. Ragà, non sarà COppola, non sarà Scorsese, ma c'ha ritmo ed è scritto veramente benissimo.

Ora, secondo me, qui ci troviamo davanti un intero popolo di cultori del noir che parlano italiano, e che sono arrivati ad usare linguaggi e tecniche veramente all'avanguardia. C'è tanta gente, in rete, che adora Camilleri, Lucarelli, Carlotto, Dazieri (bellissimi i racconti di questi due!), ma anche che segue le avventure del commissario Soneri su Raidue. E' bello vedere che tutti, pur criticando le imperfezioni, sono arrivati ad un dato di fatto: abbiamo una cultura di genere, ben evoluta, ben inserita nel contesto culturale italiano, con esponenti di un certo calibro (Camilleri è Camilleri, lo conoscono anche in America). Cioé, non siamo più ai tempi di "Alex l'Ariete", de "La Piovra" e di "Ultimo": abbiamo finalmente il noir, abbiamo finalmente uno strumento letterario "intelligente" per parlare e analizzare la realtà che ci circonda. Certo, anche io devo dire che ancora molte cose devono essere messe a punto: gradirei che nei racconti noir ci fosse sempre più morale e sempre meno moralismo, che molti registi lavorassero di più sullo stile così da arrivare a fare fiction TV che siano all'altezza degli standard esteri, o che gli sceneggiatori eliminassero qualche ingenuità di troppo. Tutto questo, pur continuando sulla grande strada del "noir mediterraneo". Sì, perché il nostro mica è noir all'americana. Eh, no. Lì c'è Humphrey Bogart con la sigaretta in bocca, solitario e mezzo alcolizzato. Qui in Italia abbiamo i cavalieri solitari, uomini comuni che si ergono soli contro le difficoltà della vita e che, quasi sempre, ci rimettono molto. E' una differenza non da poco. Secondo me è una bella differenza, nel senso che, da quello che ho potuto vedere e leggere, abbiamo sviluppato anche noi una sensibilità stilistica veramente interessante. Il lavoro da fare è tanto, ma secondo me quei "Coliandro" e quei "Crimini" sono un buon inizio.

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2.9.07

I miei polizieschi/noir preferiti

Ho deciso di stillare una serie di liste definitive sui miei film preferiti, per genere, come dico io. Comincio con poliziesco/noir.

1)












di Michael Mann.


Perché: il noir come genere "Moderno", stilizzato, "futurista", "anomalo", allegorico. Potente e propenso alla perfezione, il film di Mann è una corsa contro il tempo che pompa davvero adrenalina...



Scena cloue: difficile scegliere. Probabilmente, l'apparizione fantasmagorica del coyote davanti al taxi, sulle note di "Shadow on the Sun" degli Audioslave.

2)











Di Martin Scorsese

Perché: è il gangster-movie di Scorsese legato all'action-movie: pessimismo, allegoria e ironia macabra perfettamente bilanciati; sceneggiatura divina, regia e montaggio fantastici. Colonna sonora fantastica. Non ho visto molti film di Martin Scorsese, ma questo noir è fenomenale a prescindere.


Scena cloue: La scena dell'ascensore, alla fine... ma anche qui, la scelta mi è difficile. Tanti i momenti memorabili.

3)










di Michael Mann.


Perché: è il poliziesco anni '70 spostato avanti di due decenni, sia ideologicamente, sia tecnicamente. I toni sono quelli della tragedia (e questo fa molto "noir d'autore"), la tecnica è quella di un profeta di nome Mann: grandi riprese, eccellente fotografia. Attori mostruosi.
Scena cloue: il confronto fra De Niro e Pacino al ristorante sull'autostrada, e tutta la sparatoria alla banca... puro far west...

4)










Di Johnatan Demme


Perché: sì, lo so. "Il Silenzio degli Innocenti" è un horror/thriller. Ma la battaglia che Clarice combatte contro Buffalo Bill e contro il dottor Lecter, è soprattutto una sfida contro le sue paure. E' la storia di una detective alle prese con il Male fatto persona. Per me è noir...

La scena clue: gli incontri con Lecter al manicomio, la fuga di Hannibaldalla prigione , lo scontro finale al buio.

5)












di Quentin Tarantino
Perché: perché è pop, ragazzi... è scatenato, irriverente, macabro, tremendamente divertente. E destruttura (prendendolo in giro) un intero genere filmico. Bello anche "Le Iene".

Scena cloue: il twist fra Travolta e la Thurmann... ma è solo una delle tante.


6)











Di Clint Eastwood


Perché: molti lo associano (non a torto) a un dramma. E' vero, è più dramma che noir, ma è bella l'atmosfera dei sobborghi di Boston, che fa molto "crime story". E poi c'è da dire che è uno dei film in cui la polizia è rappresentata meglio... non so perché, ma l'indagine poliziesca, in questo film, mi piace.
Clue: che domande! Sean Penn che sbraita, trattenuto, davanti all'entrata del parco!
7)










Di Bryan Singer
Perché: una sceneggiatura assolutamente formidabile. Solo per questo (e, credetemi, non è poco se si sta parlando de "I soliti sospetti"). Ottimo anche il cast.

Scena clue: il finale...

8)









di David Fintcher
Perché: poliziesco crudo e violento, le cui atmosfere e scenari ricordano tanto quelli descritti da Ellroy nei suoi romanzi. Un film assolutamente sconvolgente, una spanna sopra ogni imitazione modaiola: per "Seven" si può piangere.

Scena clue: il finale, anche qui...




9)










Di Sir Alfred Hitchcock

Perché: è il rappresentante più illustre del thriller di Hitch. Nel film, la normalità quotidiana cela un mondo oscuro e spaventoso... e la suspance prende a galoppare...

Scena cloue: la doccia.

10)







DI Shawn Ryan


Perché: perché è la serie poliziesca più tosta e più intelligente di sempre... vade retro a moralismi facili o a eroi tutto "muscoli e niente sentimenti": fate largo a Vic Mackey!

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29.8.07

The Shield

20.6.07

NOVITà PER IL MIO ROMANZO

I tempi si sono notevolmente ampliati: non riuscirò a finire tutto per Settembre, i capitoli sono troppi e se corro rischio di buttare alle ortiche tutto il lavoro che ho fatto. No, devo prendermi tempi più lunghi e trascinare il romanzo anche all'interno dell'anno scolastico, solo così riuscirò a scrivere dignitosamente, anche perché la storia è già buttata giù su bozza, io devo "solo" comporla in maniera "decente". Quindi, posso darmi una calmata. Strano, ora che mi sono dato una calmata mi sembra di scrivere meglio. Sono più calmo, ho più tempo per correggere. E poi, forse ho trovato un modo per pubblicare i miei racconti, dunque avrò bisogno di un pò di tempo per sistemare i vecchi lavori e scegliere i migliori da portare all'editore. Anche se il lavoro sembra tanto, ci riuscirò, perché ho tempo di fare tutto e ho tempo soprattutto per respirare. Oltretutto, completare un romanzo in tre mesi mi sembra molto "passatempo estivo", senza anima e senza tanta passione. Ora sì che mi è tornata l'ispirazione!

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8.3.07

Ho completato la bozza.


La prima stesura de "I Giorni della Fenice" è completata. E' venuta bene, forse anche meglio di quello che avrei sperato. Al momento, sembra che abbia il filo logico. Ora al via la fase di revisione, che vorrei continuare sino alla fine della scuola. Sono soddisfatto.

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25.1.07

Romanzo, aggiornamenti

Ieri ben due mie professoresse (tutte e due di lettere) mi hanno spinto a continuare a scrivere la bozza e a lavorare al mio romanzo. QUesto è bellissimo. Quello che è ancora più bello è che avrò terminato ben prima di maggio, e la struttura della storia è per il momento perfetta.
"I Giorni della Fenice" , così l'ho intitolato. E parla di un "assedio": in una sperduta cittadina fra le Montagne Rocciose, dove non succede mai niente, un giorno d'autunno (autunno "di montagna", con tanto di neve), le vite di molti uomini sono destinate a cambiare. Nel mezzo di una terribile tormenta di neve, un potente gruppo di banditi high-tech (ispirati da quelli di Michael Mann, lo dico senza problemi) rapisce una donna e sua figlia, lasciando il padre, un ricco imprenditore in vacanza, nella disperazione. Nella stessa notte, la tempesta ferma vicino al paesino un treno continentale, con, fra i passeggeri, tre uomini che non hanno nulla in comune. I tre sono portati in macchina in paese dallo sceriffo, proprio mentre la situazione si fa critica. I tre, due poliziotti e un delinquentello, si ritrovano nel pieno dell'indagine e non possono astenersi dal dare una mano. Un quarto uomo arriva quella stessa mattina, è appena uscito di prigione e ha una voglia tremenda di redimere i suoi peccati.
Tutti, assieme alla sperduta comunità montana, all'F.B.I., lontana miglia e miglia, e a quel padre disperato, si ritroveranno proiettati in una storia che ha radici molto più profonde e misteriose di quanto non si sappia. Fuori, nel bosco, intanto, un intero esercito di banditi tiene in scacco i buoni.
Ditemi, non ricorda tanto un western?

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24.1.07

"Miami Vice"

Finalmente ho comprato l'ultimo film di quello che è a tutti gli effetti il mio regista preferito, Michael Mann, il geniale autore di "Collateral" e "Heat". Devo dire che "Miami Vice" è veramente quello che si dice "una forza", ossia un film che vale la pena di vedere ed "assorbire" come tutti i film di Mann. L'ho trovato forse il miglior film d'azione degli ultimi tempi: non perché vi fossero esplosioni allucinanti come nei film di Michael Bay, ma perché il maggior pregio di questo film è che Mann è riuscito, con la regia, a creare un lungo "flussio d'azione" che trasporta lo spettatore via con sé, non lo lascia un attimo. Vi convivono romanticismo, violenza, barocchismo, il gran talento visivo di Mann, l'high-tech già presente in "Collateral", e formano una "bomba" adrenalitica.

Detto questo, non ho trovato "Miami Vice" bello come gli altri film di Mann: è a suo modo innovativo e indubbiamente affascinante, ma non ha la forza e il peso dei precedenti capolavori del regista. Oh, non c'è un solo film di quest'uomo che non ami: anche "Miami Vice", alla fine, pur non avendomi trappoto il "9" o il "10", mi ha rapito e trascinato via con sé. Su un sacco di siti gli hanno dato addirittura il grado di "capolavoro". Io non l'ho trovato all'altezza di "Collateral", uno dei film che amo di più: oggettivamente, ho trovato alcune sequenza un pò troppo "barocche" e "scatenate" perché un purista come il sottoscritto possa apprezzarle completamente, soprattutto alla luce dello stesso "Collateral". Comunque, un gran bel film, vorticoso e appassionante. Grande Mann.
MITO-MANN!!

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20.1.07

Cazzate della TV italiana (e del relativo pubblico)


Da "Il Giornale.it" del 20 gennaio 2007 (oggi).

Un tentativo per rianimare una vittima dopo averla accoltellata. Crimini, la serie poliziesca di Raidue è stata prima massacrata con uno spostamento del giorno di messa in onda: dal mercoledì al venerdì. E ora è stata sospesa e rinviata ad aprile. Un ottimo prodotto, realizzato da grandi autori italiani, quasi buttato alle ortiche. La penultima puntata, intitolata L’ultima battuta, scritta da Sandrone Dazieri e interpretata da Francesco Salvi, doveva essere trasmessa ieri sera sul secondo canale. E, invece, insieme all’ultima, Disegno di sangue di Marcello Fois, prevista per venerdì 26, è stata spostata in coda alla programmazione primaverile di Raidue. [...] Il motivo del passaggio a Primavera? Dopo il crollo della scorsa settimana (lo spostamento dal mercoledì al venerdì ha abbassato gli ascolti dal 12 per cento a meno del 7), i vertici di viale Mazzini temevano che la partenza della nuova serie di Dr House su Italia Uno (il pubblico amante dei telefilm si sarebbe ovviamente diviso) penalizzasse ulteriormente Crimini. Così, gli ultimi due episodi saranno mandati in onda in un periodo più libero da concorrenza. [...] «Nessun senso - spiega amareggiato Giancarlo De Cataldo, scrittore e magistrato, autore di Romanzo criminale, coordinatore del pool di scrittori che hanno sceneggiato la serie -. Comunque, arrivati a questo punto, preferiamo anche noi che le ultime puntate slittino. Almeno il pubblico potrà vedersele e non sarà gettato al vento un prodotto che ha riportato la fiction di Raidue ad alti livelli».

Io sottoscrivo in pieno le parole di De Cataldo. Ma io non sono solo amareggiato. Sono stupito ed anche un pò arrabbiato. Non solo nel modo in cui un cultore di BUONA televisione dovrebbe esserlo, ma soprattutto come un ragazzo con cervello (come mi ritengo) che vede la politica d'intrattenimento italiana ormai allo sbando. Perché spostare "Crimini" dal Martedì al Venerdì? Per mettere ancora una volta in programmazione "Montalbano" e far salire gli ascolti. Per lo share, è logico. La televisione di Stato è comunque televisione. La televisione è comunque SHARE. E' logico, per gli ascolti, creare porcate di questo genere, mandando a quel paese la BUONA televisione, quella fatta con originalità, inventiva, modernità. Ma la tragedia è che la situazione di "Crimini" non era quella di un telefilm "debole": "House" vince su "Crimini" solo perché è americano, è un serial molto vecchio, e dunque ha più ascolti. Ma la domanda che mi pongo è: perché spostare "Crimini" al venerdì, condannandola all'oblio? Si torna all'inizio: perché noi italiani non abbiamo la cultura dell'intrattenimento "intelligente". A me "Crimini" piceva non solo perché era un poliziesco/noir molto appassionante, ma soprattutto perché era un prodotto televisivo creato con sistemi cinematografici, che dunque poteva essere valutato in modo ben diverso dai vari filmetti per la TV che Mediaset e la Rai stessa ci "donano". "Crimini" poteva essere valutato, perché era una serie di film girati da registi magari mediocri, ma di provenienza cinematografica, e scritti da grandi autori contemporanei. Poi, è accaduto che almeno due dei film ("Terapia d'urto" e "Morte di un Confidente") potessero risultare malriusciti, ma almeno sono riuscito a valutarli seguendo un sistema professionale, considerandoli cioé veri e propri "film" e non "telefilm" come "Distretto di Polizia" (ed occhio alla distinzione). "Crimini" era un nuovo esperimento, che purtroppo era destinato ad un tipo di televisione che ben poco capisce di intrattenimento, e dunque punta tutto sul rendito e sullo share, creando casini. Non dico che la serie potesse piacere a tutti (anche se diverse testate e opinionisti hanno elogiato vari episodi), né ritengo realistico che la televisione si basi solo sulla qualità, vincendo la legge dello share. Dico, però, che se c'era una serie che avesse il diritto di continuare, nel bene o nel male, per originalità e innovazione, quella era "Crimini". Ma è comunque colpa della maggior parte degli italiani, che si vanno a vedere i Vanzina al cinema e sputano sopra ai bei film dicendo che sono "troppo pesanti". Ma andate al diavolo, pecoroni! Guardatevi un pò di televisione decente, invece di "Grande Fratello"!

P.S. tra l'altro, il fatto è condannato da molti blog. Se è così, allora un motivo "qualitativo" ci dev'essere.

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16.1.07

"Hannibal Rising" VS "Zodiac"

Ho appena visto i trailer di due attesi thriller che saranno nelle nostre sale nel 2007. Non due thriller qualsiasi: il primo è il quarto episodio della saga di Hannibal Lecter, uno dei personaggi più affascinanti mai visti al cinema, da me adorato, pur nella sua funesta perversione.
L'altro è "Zodiac", che narrerà la triste vicenda dell'omonimo serial-killer che agì a San Francisco negli anni '70 e non fù mai beccato (ispirò "Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo!" con Eastwood). "Zodiac" sarà inoltre diretto da David Fintcher, uno dei registi che più ammiro.

"Hannibal Rising" è quello che mi ha convinto di meno: già il fatto che il romanzo di Thomas Harris e il film da esso tratto escano a soli tre mesi di distanza è sintomo di cavolata. La trama è particolare e affascinante: si racconta della gioventù di Hannibal, originario della Lituania che, durante la II Guerra Mondiale, perse la sua famiglia ad opera di soldati sovietici super-cattivi-mezzi cannibali, e che, proprio a causa di questo, impazzì già da bambino. Fattosi ragazzo, Hannibal intraprende la sua vendetta contro gli assassini della famiglia, diventando a sua volta cannibale e intraprendendo l'allegra carriera per cui tutti i bravi cinefili lo conoscono. Come ho già detto, la trama mi gusta un poco, ma mi viene il dubbio che tutto questo "giustificare" i crimini e la "natura" di Lecter, prima o poi, potrebbe distruggere uno dei grandi miti del cinema thriller/horror (speriamo non di più di quanto l'orrendo "Hannibal" di RIdley Scott non abbia già fatto!). E poi, "Il Silenzio degli Innocenti" e "Red Dragon" sono due dei miei film preferiti: il primo capolavoro assoluto, l'altro bel film di genere. Se mi rovinano Hannibal, faccio causa a Thomas Harris (dopo aver trovato abbastanza miliardi di dollari per pagare gli avvocati).


"Zodiac", invece, mi gusta, e neppure poco: a parte il fatto che quando si tratta di "miti" della cronaca nera americana io vado in brodo di giuggiole. Ma suscita il mio interesse anche sia per il suo autore, David Fintcher, sia per il plot, veramente niente male: quattro giornalisti si ritrovano a indagare sugli omicidi di Zodiac, che uccideva le sue vittime prendendole alle spalle, in macchina, mentre erano "appartate" in posti isolati". Ha ucciso tanto, e non ha mai pagato. I quattro giornalisti spendono tutta la loro vita professionale e personale sul caso, diventando folli, e non arrivando a nulla. La trama, in mano a colui che ha regalato al mondo lo splendido "Se7en" potrebbe rivelarsi un'ennesimo grande dramma psicologico come lo era stato il sopracitato capolavoro e il bellissimo "The Game". A FIntcher piace, sotto la patina da normale thriller "di genere", trattare i sentimenti, le paure e i conflitti interiori dei suoi personaggi, facendo così diventare i suoi film molto più "transgenere" di quel che non se ne dice. Con una trama che parla di "ossessione", "morte", "follia" e mistero, mi aspetto personalmente un gran bel film.

Morale della storia: Zodiac spara ad Hannibal prima che questi possa estrarre il bisturi ed accedere il fuoco per prepararsi la cena... ed occhio alla matafora...
Poi, può darsi che le mie previsioni siano totalmente sbagliate. Ma mica ho detto di chiamarmi Nostradamus!

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13.1.07

MORTE DI UN CONFIDENTE


Episodio della serie “Crimini” ambientato a Padova, ancora diretto dai Manetti. Che stavolta deludono un po’.

TRAMA:

Giulio è un poliziotto che lavora nella squadra speciale anticrimine di Padova. Aggancia confidenti, li fa parlare, e poi incastra i delinquenti “veri”. Poi, la sua vita sembra prendersi gioco di lui: nel giro di un anno, a causa di un’indagine fallita, perde un testimone, il suo matrimonio fallisce, il suo lavoro diventa il suo incubo.

I suoi superiori riescono a convincerlo a tornare in azione, prendendo contatto con un informatore, Ortis, per indagare su un traffico di armi e droga. Ma quando la Guardia di Finanza si mette in mezzo, tralasciando così ogni normale misura di sicurezza per il testimone, Ortis e sua moglie vengono uccisi dai trafficanti, e Giulio, naturalmente non se lo perdona. Intraprende così una singolare caccia all’uomo per vendicare Ortis e scacciare i fantasmi del passato…

CRITICA PERSONALE

Una trama che ripercorre i clichè del noir poliziesco, scavando attraverso i dubbi e le fobie di un uomo allo sbando, non è terreno nuovo per questo genere di crime story. L’originalità ne risente tantissimo, la sensazione di “deja-vù” è enorme; si potrebbero citare altri mille racconti e film basati sulle stesse tematiche, senza che nessuno, neppure Massimo Carlotto (autore della storia) possa obiettare. E poi, c’è da dire che al povero Giulio gliene succedono proprio “di cotte e di crude”: mai vista una narrazione così piena di disgrazie e di tragedie che colpiscono un solo uomo! La scarsa cura per i dettagli nella sceneggiatura, che risulta macchinosa in alcuni punti-chiave mal risorti, non fa altro che aumentare la delusione per questo film. Anche i Manetti sono sottotono, tutto sommato, gli manca quel brio messo negli altri due episodi da loro diretti. Alla fine si ha l’impressione di vedere una puntata di “Coliandro” senza senso dell’umorismo, ma con tematiche identiche e trattate in modo non approfondito. Il film azzecca gli attori giusti, i dialoghi sono buoni. Ma alla fine il film rimane “a metà”, non decolla del tutto e la trama, a mio avviso un po’ superficiale, dà il colpo di grazia. Buona la colonna sonora, discreto il ritmo, ma non arriva ai livelli del film tratto da De Cataldo (diretto, se si ricorda, dagli stessi Manetti). Insomma, l’operazione scricchiola. Voto: 61/ 2.

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4.1.07

"IL BAMBINO E LA BEFANA" su RaiDue

In tema con i giorni di festa, RaiDue ha trasmesso anche la quinta puntata di “Crimini”, diretta dai Manetti Bros, interpretata da un cast apprezzabile, senza dubbio la migliore del ciclo, per ora.

TRAMA:

Piazza Navona, festa dell’Epifania. Il piccolo Carlo viene rapito da una misteriosa figurante della Befana e portato via alla madre, donna cinica e madre alquanto “distratta”. Adriana, la rapitrice mascherata, è in realtà solo la punta di un’iceberg costituito da una banda italo-slava che fa capo a Giangilberto, squattrinato dai modi detestabile, nonché patrigno di Carletto! A questo punto entra in scena un misterioso barbone di origine lituana, ex-poliziotto, Vilnàs, ed un altro slavo, Damir, delinquente senza scrupoli che “rapisce” a sua volta Carletto da Giangilberto, suo ex-socio.

In un’unica giornata, le vite di cinque persone cambieranno per sempre…

CRITICA PERSONALE

Abbandonati quasi del tutto i toni da fumetto di “Rapidamente”, i Manetti mettono in scena una storia thriller/noir con i fiocchi. Non solo l’intreccio della storia è ben congegnato e tutti i tasselli rientrano al loro posto, ma si può dire che “Il Bambino e la Befana” colpisce perché si riconosce uno “stile” fra le sue pieghe, l’idea di girare un noir serio, appassionante, “sporco” e dai toni cupi, ma soprattutto “realistico”. A contribuire a questo ci sono i Manetti, che come al solito regalano pillole manniane in gran quantità con l’uso del digitale e con sequenze veramente buone, il cast, atipico e convincente, ed una sceneggiatura di ferro, che racconta Roma in modo efficace (non eccelso, forse). Tutto il film è ripreso in diretta, assistiamo all’evolversi della giornata con ritmo veloce e intenso, mentre flashback e flussi di coscienza raccontano l’origine della storia: si entra, con maggior forza degli altri film, nella sporcizia della criminalità organizzata romana, fra trafficanti, giocatori d’azzardo, banditi professionisti, e al contempo in una Roma bella perché “folkloristica”, con tutti i suoi colori di strada, le sue mille lingue e le tante facce losche, fra i suoi eroi e i suoi emarginati. Forse, pur non entrando troppo in profondità, “Il Bambino e la Befana” è il più riuscito fra i film di “Crimini” proprio perché è riuscito a raccontare con mirabile lucidità un mondo ed uno stile di vita, quello della capitale. Buona, inoltre, la caratterizzazione dei personaggi: Ivan Frenek, il poliziotto/barbone, e Giampaolo Morelli (Coliandro!) sono i migliori in assoluto. Ottimo film per la TV, non c’è che dire. Voto: 8+.

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28.12.06

Progetti da portare assolutamente a termine.

Basta. E' ora che racconti al blog cosa covo da poco meno di un mese.

Stò lavorando ad un progetto che è troppo grande per me, troppo ambizioso, e che forse non riuscirò mai a pubblicare.

Sto lavorando ad un romanzo. Ma mica ad un romanzo del tipo "domani mi metto al computer e scrivo a getto". No, è un romanzo serio. Forse, il mio primo romanzo serio.

Il progetto è incredibilmente complesso. Dalla scorsa estate ho scritto quattro racconti noir, che delineano nel modo più preciso possibile i quattro protagonisti del romanzo che stò progettando con tanti problemi.

I quattro racconti sono pronti; ho dubbi seri solo a proposito di uno di questi, forse non mi è venuto bene, ma non importa: ormai il personaggio è creato. Questi quattro personaggi, protagonisti di storie completamente slegate fra loro, ambientate nelle città americane che più mi hanno colpito (attraverso i libri, i film, le canzoni...) , dovrebbero incontrarsi nel romanzo. Il mio primo romanzo "serio" pensato dall'inizio alla fine. E' un romanzo che sto "costruendo", sto cercando di fare come Micheal Mann nei suoi film: prima di scrivere la sceneggiatura, delinea attentamente i personaggi, gli organismi che prendono parte al film (polizia, banditi...) e poi, quando tutto è pronto, comincia a scrivere.

Ora, io ho fatto già un pò di lavoro (circa il 60%): ho delineato i miei eroi, ho trovato i contenuti che voglio inserire nel romanzo, ho attinto dalle fonti di ispirazione che volevo, ho creato un background "solido" (che aggiusterò nel corso del tempo) ed ho cominciato a buttare giù una cosa che forse il bravo romanziere non deve avere: una traccia, una bozza. Come la sceneggiatura di un film, un elenco veloce e quasi schematico di ciò che accadrà nella mia storia. Spero di finirla prima di Giugno (quasi certamente sarà così). Allora, dovrò solo decidere da "dove" iniziare (chi ha detto che si debba cominciare a comporre dall'inizio, che siamo, nell'800 e mi chiamo Manzoni?!). Avrò tutta l'estate per scrivere. E questa è la parte di cui sono "certo".

Ciò di cui sono assolutamente insicuro è se questa cosa "s'ha da fare". Ho diciassette anni, non ho pubblicato un cavolo (tranne "Eagle Creek", a cui sono incredibilmente grato) e gente come Camilleri o Faletti ha cominciato ad avere successo solo tardi, dopo tanta gavetta. Forse la gavetta è quella che dovrei fare io, scrivere racconti, solo racconti... ma questo romanzo sta diventando una fissazione per me. Ho scelto dei personaggi ispirati a film che mi hanno colpito troppo, e troppo forte. Storie che mi hanno fatto sentire "triste" e che voglio riprendere, "sistemare a modo mio". Mia madre diceva che lo facevo anche da piccolo: se un cartoon non mi piaceva o mi faceva piangere, io lo modificavo. Ecco, voglio fare esattamente la stessa cosa. In questo romanzo voglio spremere tutta la mia sensibilità, voglio parlare di ciò che mi fà male. Il tema che voglio trattare è duro: la morte di un proprio caro. La morte, o l'assenza, di una persona a cui vuoi bene, tanto bene. Io, grazie a Dio, non ho mai perso nessuno. Ma sono anche estremamente sensibile, appena vedo un film ("Schindler's List", "Mystic River", "Heat", o anche un filmetto come "Troppi Equivoci", che mi ha colpito troppo) che racconta la morte di un innocente, sia essa per un crimine, per un genocidio o ché altro, io voglio farmi investire e "combattere", "creare" le mie battaglie sull'onda emotiva in me scatenata. Sarò pazzo, sarò esagerato, ma dico io: se uno fà lo scrittore senza sognare, senza tentare di creare le proprie avventure, per quanto possano sembrare bizzarre o senza senso agli altri, allora, perché scrive? Io, almeno, la penso così.

In questo libro voglio essere "viscerale", voglio convogliare i piccoli trip mentali che mi scatenano le visioni di "Seven", "Collateral" o qualsiasi altro film. E come scrittore, voglio maneggiare la mia sensibilità per creare un'opera d'arte. Devo rischiare. Finché posso, io continuo. Poi, si vedrà.

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TERAPIA D'URTO

La quarta puntata di “Crimini” si rivela senza dubbio la più debole. Peccato, perché se al posto di Faletti ci fosse stato qualcun altro, allora l’Elba avrebbe potuto dare molto di più.

TRAMA Roberto è un ragazzo genovese con gravi disturbi e attacchi di panico. quando sua madre, morente, gli rivela di avere un fratello maggiore (Nicola) che è morto anni prima per una storiaccia di crimine sull’isola d’Elba, Roberto ne esce sconvolto, e parte immediatamente per l’isola. Qui intraprende delle indagini personali, accompagnato da Marina, la figlia del presunto assassino del fratello, morto suicida qualche ora dopo la morte del piccolo Nicola. La ragazza è da sempre convinta dell’innocenza del padre, ed infatti, indagando, si scopre una verità molto più difficile da capire…


CRITICA PERSONALE. Non c’è molto da dire. Punti di forza: l’Elba, la regia e gli attori. Punti deboli: Faletti, sceneggiatura. Io non ho mai letto neppure un romanzo del Falettone nazionale, nuova icona del thriller nostrano, e sono certo che mi piaceranno molto, perché quelli sono thriller psicologici. Faletti sarà bravo nel raccontare e delineare affreschi umani e psicologici molto forti, carichi di paure, angosce e di turbe mentali, ma in quanto alla crime-story classica fa un pasticcio tremendo. E questo perché, con i suoi giochi psicologici e le sue tematiche da “Silenzio degli Innocenti” non riesce affatto a coinvolgere lo spettatore nella storia di mafia, che pure poteva essere interessante e divertente. Ho trovato “Terapia d’Urto” un film con poco mordente, sospeso fra il noir/gangster movie e il thriller psicologico, che non riesce a trovare la propria strada. Non basta il talento della regista nel raccontare in modo efficace e appassionante il senso di isolamento che si respira sull’Elba nei mesi invernali, né le location evocative, per raccontare una storiaccia che dovrebbe raccontare, in teoria, la zona in cui è ambientata (il senso di “Crimini” è, in fondo, questo). Ne esce un film “inutile”, e fatico a capire cosa ci faccia assieme alle ottime storie noir di Camilleri, De Silva e Lucarelli incontrate sinora. Confuso, e molto. Peccato. Voto: 5.

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21.12.06

RAPIDAMENTE su RaiDUe

RAPIDAMENTE

Il terzo episodio di “Crimini” è diretto da due dei più particolari registi sullo scenario italiano, i Manetti Bros, e tratto da un racconto del grande Carlo Lucarelli, con un cast eterogeneo ma di sicuro valore. Stavolta siamo a Bologna, città natale del papà de “L’ispettore Coliandro”, alle prese con un affaraccio di spie e killer...







TRAMA. Quattro protagonisti, personaggi simmetricamente collegati fra loro: Elisa, giovane ricercatrice chimica, Marco, buttafuori buono ma affetto da una tremenda emicrania (il personaggio migliore, secondo me), De Velos, un killer professionista tanto freddo quanto elegante ed educato, e la sua aiutante, la micidiale Vesna.

Quando De Velos e Vesna si mettono a cercare Elisa per costringerla ad alterare importanti ricerche scientifiche, la giovane e inesperta ragazza di buona famiglia è costretta a fuggire, e sul suo cammino si mette Marco, segretamente innamorato di lei, che tenta disperatamente di salvarla. Comincia così una caccia senza tregua, in luoghi veramente evocativi.

CRITICA PERSONALE: i Manetti bros e Lucarelli alla seconda collaborazione dopo il felice binomio di “Coliandro” regalano un divertente esempio di gangster-movie che, com’è tradizione, non manca di omaggiare i grandi film del genere. La regia dei Manetti conduce vorticosamente lo spettatore nella fuga (meno velocemente di quanto il titolo non dica), divertendo e concedendosi lampi di genio come le citazioni di “The Matrix”. Come sempre, la sceneggiatura di Lucarelli è molto buona e affascinante, scritta da chi di storiacce ne sa qualcosa. Un thriller/gangster avvolgente e appassionante, con un’interessante impostazione “fumettistica”: proprio quello che ti aspetteresti dai Manetti. Eppure, è proprio questa dimensione a fare di “Rapidamente” il meno riuscito rispetto ai tre prodotti andati finora in onda. Se da un lato il thrilling e la suspance non mancano, è anche vero che Tarantino e Rodriguez sono dietro l’angolo, e che la storia, tutto sommato, non gode della massima originalità. I personaggi sono ben delineati, ma alla fine rimangono “tipi da noir”, personaggi di un lungo cartoon in carne-ed-ossa. Un film alla Manetti, divertente, veloce, transgenere, con una buona sceneggiatura, ma che di certo non pretende di arrivare alle crude riflessioni sulla realtà oscura della quotidianità condotte da Camilleri e da De Silva. Da vedere, comunque. Voto: 7.

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14.12.06

IL COVO DI TERESA su Raidue


IL COVO DI TERESA

La serie di “Crimini” continua: dopo lo splendido episodio di Palermo (che mi ha conquistato, come spero si sia inteso), ci si sposta a Napoli, altra terra purtroppo lacerata da guerre di criminalità organizzata e da tragedie molto profonde. “Il Covo di Teresa” di Diego De Silva, con Lina Sastri (bravissima) e una sorpresa molto gradita: un bravo Pietro Taricone (non me ne vogliate…).

TRAMA: Marco Portosalvo è un giovane rapinatore napoletano, che respira ogni giorno la violenta aria della città partenopea sconvolta da omicidi e criminalità.

Allo stesso modo, Teresa è una anziana signora che vive sotto Marco, e che tenta di seguire la sua strada senza dar fastidio a nessuno.

Per ultimo, Mario Zonin, di Alessandria, è appena arrivato in città come carabiniere ausiliario; in questa città è morto il nonno, anch’egli carabiniere, deceduto in uno scontro a fuoco.

Un giorno come un altro, Marco entra in un ufficio postale con la sua banda per tentare un colpo. Un ex-carabiniere in pensione viene ferito gravemente, e i banditi scappano. È allora che Marco cerca riparo dalla signora Teresa, che lo ospita in casa sua per cinque lunghissimi giorni. Intanto, il carabiniere ferito muore, e Mario, assieme a tutta la sua caserma (sono tutti incazzati neri…) si lancia in una caccia senza tregua ai responsabili della rapita.

CRITICA PERSONALE: altro gioiellino, non c’è che dire. Mentre in “Troppi Equivoci” la tensione morale faceva l’80% del lavoro, definendo così il film come un noir esistenziale crudo e perfetto, “Il Covo di Teresa” si rivela essere un thriller serrato, con una sceneggiatura di ferro e affascinante: nelle vie della sempre stupenda Napoli, carabinieri e delinquenti intessono una caccia all’uomo senza tregua. Le strade, le piazze, persino gli appartamenti negli edifici, persino la metropolitana, diventano affascinante campo di battaglia. La telecamera indugia sulla situazione critica in cui Napoli verte tutt’ora: criminalità nascosta ma impelagante, omertà, sistemi di sicurezza all’avanguardia (anch’essi nascosti nella moltitudine di anime). Al centro, la splendida storia di un ragazzo con una donna che potrebbe essere sua madre, e al contempo di un carabiniere che cerca giustizia per un parente che gli è stato portato via. Una tensione che divampa per tutto il film, sino al confronto finale, mentre la regia, sicura come non ci si aspetta da un film tv, mostra la tragedia di un sistema sociale succube della criminalità e di una mentalità che non lascia scampo a dubbi. Un ritratto di Napoli eccezionale, bello, coinvolgente. Più teorico rispetto a Camilleri, ma al tempo stesso ancor più complesso e perfetto nella dinamica narrativa. Bellissimo. Voto: 8.

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7.12.06

TROPPI EQUIVOCI su Rai Due.

E’ bello vedere che, a poca distanze dal fortunato esperimento di “Coliandro”, Raidue sia tornata sulla strada del giallo/noir all’italiana così in fretta. Ieri sera, infatti, è cominciata la serie di “Crimini”, nuovo prodotto televisivo prodotto dalla Rai assieme alla Rodeo Drive Production. Una serie di film per la TV composta da singoli film, singole storie che si pongono l’interessante obbiettivo di raccontare varie località dell’Italia di oggi attraverso storie di poliziotti, omicidi e spie. Ogni racconto è tratto dal racconto di un grande esponente della letteratura poliziesca nostrana (Camilleri, Lucarelli e Faletti per citare i più importanti). E dunque, partiamo con la prima storia, “Troppi equivoci”, scritta da Andrea Camilleri, con Beppe Fiorello (bravino, non c’è che dire) e Antonio Catanìa.

TRAMA: Catania, Sicilia. Bruno Costa è un bravo ragazzo, che fa l’idraulico per guadagnarsi da vivere. Un giorno, uno dei tanti giorni della sua odiata vita lavorativa, si reca a causa di una cliente, Anna Zanchi, per ripararle un guasto. Colpo di fulmine: Anna è una bellissima e colta traduttrice toscana che ha in comune con Bruno la passione per la letteratura. I due si amano fin da subito, e molto. Una sera Bruno porta Anna sul mare, a cena fuori, e lì un cameriere comincia a chiamare un certo signor “Bruno Zanchi” (nome di Bruno+cognome di Anna). Un po’ perché brillo, un po’ perché felice, Bruno risponde al telefono con fare scherzoso. La minacciosa voce dell’interlocutore è solo un prologo alla terribile storia di omicidi che quella telefonata innescherà. Infatti, la mattina dopo, mentre Bruno è a lavorare, un sicario della mafia entra a casa di Anna, la tortura per farsi dare informazioni e poi la ammazza. Bruno, affranto dalla perdita della sua donna, intraprende una caccia agli assassini, scatenando una guerra contro la mafia epica e crudele.

CRITICA PERSONALE Ora, a mio parere, “Troppi Equivoci” è un piccolo capolavoro. La sceneggiatura di ferro tratta da Camilleri è una splendida riflessione sul destino e sugli equivoci: se Bruno non avesse risposto con fare ironico a quella telefonata, probabilmente Anna non sarebbe mai morta. E Anna la si rimpiange: è un personaggio ben caratterizzato, una toscana colta e di buona famiglia, tenera, a cui ci si affeziona senza problemi. “Troppi Equivoci” innesta la sua tensione poliziesca sulla storia d’amore andata in frantumi così tragicamente, creando un’atmosfera di disperazione, rabbia e paura degna del miglior Micheal Mann (che è sempre punto di riferimento). Infatti, si possono rivelare, negli intenti degli autori, alcuni influssi di “Collateral”: il destino che si prende gioco degli uomini, il desiderio di riscatto/vendetta/giustizia e, soprattutto, del desiderio di riscatto. In questa storiaccia di mafia, gangster, sicari e amori spezzati, si incontra la splendida poetica “neoclassica” di Camilleri, che riprende suggestioni e temi anche dalla mitologia classica. La regia è puntuale e appassionante, regala buone scene d’azione e molte sequenze appassionanti. Dialoghi molto buoni, colonna sonora straordinaria. Mi sono pentito di non aver usato il registratore… voto: 8.

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24.11.06

"La Promessa"


Ieri sera ho avuto modo di rivedere in tv uno dei thriller/noir più belli che abbia mai visto, passato sottotono all'epoca dell'uscita e spesso snobbato: "La Promessa", con Jack Nicholson, diretto da Sean Penn. Ho deciso di dedicarli una pagina del blog non tanto per il suo valore cinematografico (che comunque è molto rilevante, sia nella tecnica, sia per la sceneggiatura), quanto perché, semplicemente, questo film mi è piciuto veramente troppo.

La trama: Jerry Black (Nicholson) è un detective di polizia di una città sperduta fra le montagne. Nel suo ultimo giorno di lavoro, poche ore prima di andare in pensione, la polizia scopre il terribile omicidio di una bambina, compiuto da un pedofilo. Black và sul posto, e riscontra nei suoi colleghi una fintroppo spenta indifferenza all'accaduto. E' lui che deve dire alla madre della bambina cos'è successo. Davanti a loro, con un misto di odio, malinconia e rabbia, Jerry promette alla donna che troverà l'assassino di sua figlia. Qualche ora dopo, l'omicida viene catturato, ma si suicida prima che Jerry abbia la sicurezza assoluta. Con molti dubbi nella testa, Jerry intraprende una sua indagine personale, la storia del presunto assassino non lo convince. E dunque, fra sogno, realtà e "aldilà", Jerry comincia una caccia veramente coinvolgente, appassionante, spietata.

"La Promessa" mi è piaciuto molto, e non posso neppure rivelare particolari sulla trama, tanto è importante per lo spettatore essere completamente assorbito e ignaro della trama. Sean Penn mi piace molto come attore, e come regista penso che questo sia il suo film più bello. Da vedere, e da ascoltare, perché la colonna sonora di questo thriller/noir è veramente eccelsa.

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3.11.06

"The Departed": capolavoro


Ieri ho messo le mani su "The Departed". Devo dire che le attese sono state pienamente confermate: un film puramente scorsesiano (con qualche tocco di Micheal Mann nelle scene d'azione che crea un qualcosa di bello e originale), tumultuoso, girato con mano magistrale e con una sceneggiatura veramente stupenda (per me è una stupenda sintese del "noir": bene e male si scambiano i ruoli e combattendo si annientano a vicenda). Ottimo il cast, come mi aspettavo: grandi Nicholson, Sheen, Damon e Whalberg, ma se c'è un attore che si merita l'oscar per questo film, allora quello è Leonardo di Caprio. Ora, un tempo credevo che questo attore fosse il solito bellone da pop-corn-movie, stile Ben Affleck, ed assieme a me lo credeva anche il resto del Pianeta Terra. Ma non quì: Leo mostra una grandissima sensibilità per il personaggio donando un'interpretazione eccelsa, è il caso di dire che "si mangia il film con gli occhi". Grande LEO! Per il resto, l'ho già detto: la bellezza del film (che nel complesso mi ha convinto sotto tutti i punti di vista) stà in gran parte nell'ottima regia e nella grande sceneggiatura, ed anche la colonna sonora è molto bella (soprattutto "Confortably Numb" dei Pink FLoyd, usata magistralmente...). Io consiglio il film, per me è finora il più bello degli ultimi tempi (sarò matto, ma il mio voto è stato 10!). Vivamente consigliato, e se due anni fà l'Oscar lo aveva meritato Clint Eastwood battendo "The Aviator", quest'anno spero che "The Departed" trionfi!

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1.9.06

L’ISPETTORE COLIANDRO (SERIE TV)

Arriva su Raidue l’ultima, gustosa creazione della mente del criminologo Carlo Lucarelli: “L’ispettore Coliandro”, serie poliziesca in quattro episodi (per ora, si spera che siano puntate pilot in previsione di una serie completa). Il prodotto, costituito da storie poliziesche e noir che rimandano la mente ai classici del genere, ruota attorno alle grottesche vicende di Coliandro, ispettore della polizia operante nella periferia di una non precisata metropoli italiana. A differenza degli eroi di altri prodotti per la TV ad ambientazione poliziesca nostrani (basti pensare ai commissari di “Distretto di Polizia”, interpretate da Isabella Ferrari e da Claudia Pandolfi, eroiche superdonne dall’animo fragile, o ai protagonisti di operazioni a mio parere non riuscite come “Carabinieri”), l’eroe del serial è un uomo dal senso dell’umorismo incomprensibile e fuori luogo, propenso a cadere involontariamente nel ridicolo con battute infelici, creando scene esilaranti. Sia chiaro, però: “L’ispettore Coliandro” non è la parodia de “Il commissario” o de “La Squadra”, le stori(acc)e in cui l’antieroe combinaguai è coinvolto sono esempi di film thriller-noir molto riusciti, sia grazie alla sceneggiatura (a otto mani, compreso quelle fatate di Lucarelli) sia grazie alla appropriata regia, affidata ai leggendari Manetti Bros.

Le situazioni in cui Coliandro è implicato sono serie, dalla suspance serrata, alternano realistici momenti d’azione a scene da “detective-story” di serie A, senza forzature nella trama e con concessioni al romanticismo mai forzate, anzi sovvertite all’ironia che pervade il prodotto, e con soluzioni delle indagini logiche e affrontate con intelligenza. Si affrontano temi da classico noir come la sottile differenza fra delinquente e poliziotto dei bassifondi, l’errore dell’agente in azione, il traffico di droga come componente anomala ma “normale” della quotidianità dei bassifondi. In più gli autori hanno pervaso le puntate con citazioni cinematografiche provenienti da filmoni come “The Untouchables” di De Palma o classici del poliziesco come “Arma Letale”, complice il fatto che il personaggio di Coliandro è un cinefilo incallito, almeno nella sfera poliziesca (ha in casa poster dell’ispettore Callaghan e altri classici del genere). I Manetti Bros, dal canto loro, donano a serial il loro consueto tocco, anomalo e personale, grazie ad una regia che si rifà ai classici pulp americani con una toccatina di “regionalismo italiano” ispirata ai vari Umberto Lenzi e Fernando di Leo. Curano una veste tecnica interessante, girando in digitale molte scene d’azione negli interni (papà Micheal Mann ha fatto scuola…) e su pellicola sequente all’esterno, sfruttando tecniche come il “dolly”, la “carrellata”, la soggettiva e il “rallenty”. Lo shacker è riuscito, e così “L’ispettore Coliandro” evita attentamente di essere l’ennesimo clone dei film action americani, calibrando bene tempi e modalità e dell’azione (il tutto, chiaramente, senza raggiungere la perfezione). A condire l’operazione ci si mette una colonna sonora adatta al genere, firmata da icone del neo-rap “romanaccio” quali i Flaminio-Maphia e altri gruppi moderni. Si può non adorare il genere musicale (come il sottoscritto, che lo trova privo di mordente e a tratti ridicolo), ma credetemi, accostato alle fantastiche riprese dei Manetti riescono a donare uno stile anomalo ma ben riuscito al prodotto finale.

Buono anche il cast, i cui rappresentanti più illustri sono Daniele Morelli (già visto in “Distretto di polizia 5” nel ruolo del tenente Rea) che regala una performance eccellente, calibrata perfettamente fra l’auto-ironia e la drammaticità di un ruolo così “sporco” (un agente di polizia che lavora a stretto contatto con la criminalità “comune”), e Enrico Silvestrin, che dona una prova molto riuscita. Anche se, da questo punto di vista, si può avere da ridire: Morelli è perfetto, ha “la faccia giusta” per il ruolo, ha un tono di voce ammaliante (il più indicato per donare ironia e credibilità al personaggio), ma sarebbe stato ancora meglio impiegare Valerio Mastrandrea, giovane attore italiano dal talento innato. Altra scelta fantastica sarebbe stata quella di Ricky Memphis, se non fosse che il suo nome è legato a doppio filo al personaggio dell’agente Mauro Belli in “Distretto di Polizia”, ma in fondo Coliandro è ottimo anche così, è riuscito grazie all’ottima performance dell’attore protagonista.

In conclusione, sarebbe meglio buttare giù due paroline a proposito dell’impatto non indifferente che questa fiction dovrebbe avere sul panorama dei serial televisivi: in questi anni, anche un serial all’inizio realistico e adrenalinico come “Distretto di Polizia” è diventato monotono, moralista, carico di luoghi comuni, strapieno di tocchi kitch nella messa in scena e nella colonna sonora; insomma, un prodotto perfetto per il suo realismo e il suo rigore (il racconto della vita di un microcosmo come un commissariato, ricco di sfaccettature e di spunti di riflessione) è diventato un “normale” telefilm alla “Hunter”. Per non parlare, poi de “La squadra”, pompato e quasi irritante, compiaciuto della sua retorica troppo spinta. Gli unici della compagnia che sono riusciti a essere buoni prodotti (pur con i loro limiti) sono stati “Il commissario” di Rete 4, con Massimo D’apporto (inspiegabilmente fermatosi solo alla prima, indimenticabile serie) e naturalmente “Il Commissario Montalbano”, insuperato capostipite delle detective story televisive italiane, anche se molto particolare perché tratto dai libri di uno scrittore culturalmente così complesso come Andrea Camilleri (e quindi non prettamente “in genere”, bensì “semi-autoriale”). Anche “Il Maresciallo Rocca”, altro storico capostipite, è ormai diventato un prodotto piatto, noioso e “provincialotto”. In un periodo così cupo, dunque, “Coliandro” dona linfa ad un intero genere televisivo con il suo realismo, la sua singolare struttura e la sua ironia così “politicamente scorretta”. Speriamo solo che la Rai dia spazio a questa geniale creatura dei Manetti Bros e che gli autori riescano a gestire bene il serial nel corso degli anni. Intanto, godiamoci i (pochi) momenti di gloria che questo piccolo gioiello ci concede. Voto: 71/2.

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