26.1.07

AUSCHWITZ... E IL RESTO

Tre piccoli brani per mostrare cosa l'Olocausto significhi per me.

La mia situazione di ragazzo con lievi handicap fisici mi costringe, a volte, durante l’anno, a dovermi recare all’ospedale pediatrico San Raffaele di Roma. È un centro all’avanguardia, dotato delle più sofisticate tecniche per riportare ad una condizione di “parità” i bambini e le persone afflitte da malattie come la sindrome di Down, o che sono costrette sulle sedie a rotelle, con le persone che hanno la fortuna di non avere tali problemi. I pazienti di una casa di cura come questa sono assistiti da personale esperto come le infermiere, i medici pediatri e i terapisti. I pazienti in situazione di degenza rimangono insieme per almeno il sessanta-settanta percento della giornata, negli spazi ricreativi, in attesa delle visite mediche. Questo è come funziona, in soldoni, un centro di questo genere. Incontri bambini talvolta bellissimi costretti sulla sedia a rotelle, impossibilitati a camminare dalla terribile malattia. Ti fanno pena, dico la verità, ti distrugge il cuore vedere persone così giovani e innocenti trovarsi così. Però, in questo caso, si arriva alla conclusione che la malattia, anche la più grave, è cosa del mondo, e che proprio per allietare i malati, e aiutarli ad affrontare tale condizione venga proprio da questo tipo di strutture e di personale. È confortante, credetemi, sapere che esistono persone del genere. Io ne conosco molte, che mi hanno aiutato. Alcune di queste sono per me alla strenua di amici fraterni, gli voglio bene. Questa è la casa di cura: un posto d’oro, una casa dorata. Questo sono le case di cura oggi. Settantadue anni fà, nel 1934, in Germania, il partito nazista, lo stesso partito nazista responsabile della Shoah, mise sù un programma di case di cura per quelle persone che, ieri come oggi, soffrivano di particolari malattie (anzi, dato il grado di avanzamento della medicina all’epoca, erano in condizioni anche peggiori). Ebbene sì, anche il grande Reich razzista aveva la sua struttura medica composta da personale esperto per assistere tali malati. Nei corridoi di tali centri (che io immagino come strutture in legno simili alle baite in montagna, strutture immerse nei romantici boschi della Baviera, un paradiso terrestre) passavano altri malati, afflitti da gravi malattie che li facevano sembrare fantasmi. Anche lì vi operavano dottori in camice bianco, tutti medici tedeschi. Sotto il calice, però, avevano i pantaloni dell’uniforme delle SS e gli stivali lucidi. I malati venivano prelevati dalle SS qualche mese dopo l’arrivo. Magari erano stati accompagnati dai genitori, dai figli, dai fratelli e dalle sorelle, che li avevano aiutati a portare i bagagli in modo amorevole, salutandoli con tenere coccole, nella speranza di rivederli in condizioni migliori. Non li avrebbero mai più rivisti. Le SS prendevano i pazienti (tutti: malati terminali, persone con particolari lesioni a livello neurologico, infermi sulle sedie a rotelle; donne, uomini e bambini) e li conducevano all’aperto, magari con la scusa di una bella passeggiata nei boschi. Da quì, posso solo immaginare il resto: forse i malati venivano ai bordi di una grande fossa, e lì uccisi con una un colpo di pistola alla testa; o forse venivano usati come esperimenti per confutare l’esistenza di una cosiddetta “razza superiore”, a cui loro, naturalmente, non potevano appartenere. Erano sudici, imperfetti, deboli, non facevano onore alla “razza ariana”. Ai parenti veniva detto che il loro familiare era purtroppo venuto a mancare per cause naturali, per una complicazione. In questo vile modo, il Reich tedesco continuò ad assassinare persone, facendole scomparire nel nulla. Alla fine, quando la verità comicniò a circolare a causa dell’elevato numero di vittime, la Chiesa Cattolica e quella Protestante intervennero e l’operazione venne sospesa. Erano state uccide 70.000 persone inermi, senza alcuna colpa se non quella di essere vittima della follia, dei pregiudizi e dell’ignoranza. Tale operazione fu battezzata T4, e mirava alla purificazione della “razza superiore” mediante lo sterminio di massa. Non se ne parla mai ma, insieme alle leggi di Norimberga del 1933, che portarono alla persecuzione degli ebrei, i nazisti fecero scomparire dalla Germania un silenzioso e debole gruppo di persone accomunate da una solo fatto: erano sfortunate. È lo stesso silenzioso “popolo” che vive in stato di degenza al San Raffaele di Roma. Le stesse patologie. La stessa debolezza, lo stesso bisogno di essere aiutati, seguiti, sottoposti ad amorevoli cure. Perché i nazisti lo facevano?avevano paura che le malattie fossero ereditarie, e che, pian-piano, riuscissero a contaminare l’intero popolo “ariano”, distruggendo così il sogno del Fuhrer. Avevano paura, in altre parole, di ritrovarsi con una Germania inchiodata alla sedia a rotelle. Ignoranza, ecco tutto. Lo fecero solo e soltanto per ignoranza. 70.000 persone non sono tante quanto i 6 milioni della Shoah. L’operazione T4 è il fatto più oscuro, non se ne parla mai troppo. Certo, l’orrore di Auschwitz fu per certi versi ancora più inumano. Solo, girando per il San Raffaele e guardando negli occhi un bambino infermo per una malattia genetica, non posso fare a meno di pensare che sarebbe potuto finire in una camera a gas. Anche questa deve essere parte integrante della Memoria.

I bambini ad Auschwitz

C'è qualcosa che mi ha sempre tormentato, riguardo alla Shoah. Nel novembre del 2002, a scuola, lessi due brani che mi fecero capire fino a ché punto arriva l'orrore. L'orrore arriva a questo:

Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte.

Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. … Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all’altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla.

Levi, Se questo è in uomo, pagg. 20-21

Allora mi chiesi una cosa stupidissima, che non mi ero mai chiesto: "ma quanto è piccolo un bambino di tre anni? Quanto poteva arrivare in fondo quell'intento storico, puramente "ariano", per giustificare questo? Per arrestare, deportare, torturare con la fame ed infine gasare un bambino, a che punto si è arrivati su questo povero mondo? Io spesso me lo chiedo. E penso che, quando si dice "ricordati affinché non possa più accadere", non lo si faccia solo per retorica, perché penso che Ahmadinejad è lì, dietro l'angolo, con la sua follia negazionista e apertamente antisemita (o antisionista? Ma l'antisionismo può giustificare menzogne tanto grandi?). SOprattutto, penso che fin troppe persone abbiano dimenticato Emilia, Mario, Giada, e tutti gli altri bambini ebrei morti nei lager. Penso che, se qualcuno che è pronto a negare ancor'oggi, leggesse quelle righe, e poi guardasse negli occhi il suo bambino o la sua bambina, i suoi occhi gli s'incendierebbero (figurativamente, sia chiaro). Ecco perché sottoscrivo in pieno Mastella e la sua battaglia: anzi, estenderei la pena non solo per i crimini nazisti e fascisti, ma anche per ogni altro genocidio razzista attuato, da qualsiasi ideologia esso provenga. Qualsiasi.

Io ricordo Auschwitz

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25.1.07

Romanzo, aggiornamenti

Ieri ben due mie professoresse (tutte e due di lettere) mi hanno spinto a continuare a scrivere la bozza e a lavorare al mio romanzo. QUesto è bellissimo. Quello che è ancora più bello è che avrò terminato ben prima di maggio, e la struttura della storia è per il momento perfetta.
"I Giorni della Fenice" , così l'ho intitolato. E parla di un "assedio": in una sperduta cittadina fra le Montagne Rocciose, dove non succede mai niente, un giorno d'autunno (autunno "di montagna", con tanto di neve), le vite di molti uomini sono destinate a cambiare. Nel mezzo di una terribile tormenta di neve, un potente gruppo di banditi high-tech (ispirati da quelli di Michael Mann, lo dico senza problemi) rapisce una donna e sua figlia, lasciando il padre, un ricco imprenditore in vacanza, nella disperazione. Nella stessa notte, la tempesta ferma vicino al paesino un treno continentale, con, fra i passeggeri, tre uomini che non hanno nulla in comune. I tre sono portati in macchina in paese dallo sceriffo, proprio mentre la situazione si fa critica. I tre, due poliziotti e un delinquentello, si ritrovano nel pieno dell'indagine e non possono astenersi dal dare una mano. Un quarto uomo arriva quella stessa mattina, è appena uscito di prigione e ha una voglia tremenda di redimere i suoi peccati.
Tutti, assieme alla sperduta comunità montana, all'F.B.I., lontana miglia e miglia, e a quel padre disperato, si ritroveranno proiettati in una storia che ha radici molto più profonde e misteriose di quanto non si sappia. Fuori, nel bosco, intanto, un intero esercito di banditi tiene in scacco i buoni.
Ditemi, non ricorda tanto un western?

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24.1.07

"Miami Vice"

Finalmente ho comprato l'ultimo film di quello che è a tutti gli effetti il mio regista preferito, Michael Mann, il geniale autore di "Collateral" e "Heat". Devo dire che "Miami Vice" è veramente quello che si dice "una forza", ossia un film che vale la pena di vedere ed "assorbire" come tutti i film di Mann. L'ho trovato forse il miglior film d'azione degli ultimi tempi: non perché vi fossero esplosioni allucinanti come nei film di Michael Bay, ma perché il maggior pregio di questo film è che Mann è riuscito, con la regia, a creare un lungo "flussio d'azione" che trasporta lo spettatore via con sé, non lo lascia un attimo. Vi convivono romanticismo, violenza, barocchismo, il gran talento visivo di Mann, l'high-tech già presente in "Collateral", e formano una "bomba" adrenalitica.

Detto questo, non ho trovato "Miami Vice" bello come gli altri film di Mann: è a suo modo innovativo e indubbiamente affascinante, ma non ha la forza e il peso dei precedenti capolavori del regista. Oh, non c'è un solo film di quest'uomo che non ami: anche "Miami Vice", alla fine, pur non avendomi trappoto il "9" o il "10", mi ha rapito e trascinato via con sé. Su un sacco di siti gli hanno dato addirittura il grado di "capolavoro". Io non l'ho trovato all'altezza di "Collateral", uno dei film che amo di più: oggettivamente, ho trovato alcune sequenza un pò troppo "barocche" e "scatenate" perché un purista come il sottoscritto possa apprezzarle completamente, soprattutto alla luce dello stesso "Collateral". Comunque, un gran bel film, vorticoso e appassionante. Grande Mann.
MITO-MANN!!

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20.1.07

Cazzate della TV italiana (e del relativo pubblico)


Da "Il Giornale.it" del 20 gennaio 2007 (oggi).

Un tentativo per rianimare una vittima dopo averla accoltellata. Crimini, la serie poliziesca di Raidue è stata prima massacrata con uno spostamento del giorno di messa in onda: dal mercoledì al venerdì. E ora è stata sospesa e rinviata ad aprile. Un ottimo prodotto, realizzato da grandi autori italiani, quasi buttato alle ortiche. La penultima puntata, intitolata L’ultima battuta, scritta da Sandrone Dazieri e interpretata da Francesco Salvi, doveva essere trasmessa ieri sera sul secondo canale. E, invece, insieme all’ultima, Disegno di sangue di Marcello Fois, prevista per venerdì 26, è stata spostata in coda alla programmazione primaverile di Raidue. [...] Il motivo del passaggio a Primavera? Dopo il crollo della scorsa settimana (lo spostamento dal mercoledì al venerdì ha abbassato gli ascolti dal 12 per cento a meno del 7), i vertici di viale Mazzini temevano che la partenza della nuova serie di Dr House su Italia Uno (il pubblico amante dei telefilm si sarebbe ovviamente diviso) penalizzasse ulteriormente Crimini. Così, gli ultimi due episodi saranno mandati in onda in un periodo più libero da concorrenza. [...] «Nessun senso - spiega amareggiato Giancarlo De Cataldo, scrittore e magistrato, autore di Romanzo criminale, coordinatore del pool di scrittori che hanno sceneggiato la serie -. Comunque, arrivati a questo punto, preferiamo anche noi che le ultime puntate slittino. Almeno il pubblico potrà vedersele e non sarà gettato al vento un prodotto che ha riportato la fiction di Raidue ad alti livelli».

Io sottoscrivo in pieno le parole di De Cataldo. Ma io non sono solo amareggiato. Sono stupito ed anche un pò arrabbiato. Non solo nel modo in cui un cultore di BUONA televisione dovrebbe esserlo, ma soprattutto come un ragazzo con cervello (come mi ritengo) che vede la politica d'intrattenimento italiana ormai allo sbando. Perché spostare "Crimini" dal Martedì al Venerdì? Per mettere ancora una volta in programmazione "Montalbano" e far salire gli ascolti. Per lo share, è logico. La televisione di Stato è comunque televisione. La televisione è comunque SHARE. E' logico, per gli ascolti, creare porcate di questo genere, mandando a quel paese la BUONA televisione, quella fatta con originalità, inventiva, modernità. Ma la tragedia è che la situazione di "Crimini" non era quella di un telefilm "debole": "House" vince su "Crimini" solo perché è americano, è un serial molto vecchio, e dunque ha più ascolti. Ma la domanda che mi pongo è: perché spostare "Crimini" al venerdì, condannandola all'oblio? Si torna all'inizio: perché noi italiani non abbiamo la cultura dell'intrattenimento "intelligente". A me "Crimini" piceva non solo perché era un poliziesco/noir molto appassionante, ma soprattutto perché era un prodotto televisivo creato con sistemi cinematografici, che dunque poteva essere valutato in modo ben diverso dai vari filmetti per la TV che Mediaset e la Rai stessa ci "donano". "Crimini" poteva essere valutato, perché era una serie di film girati da registi magari mediocri, ma di provenienza cinematografica, e scritti da grandi autori contemporanei. Poi, è accaduto che almeno due dei film ("Terapia d'urto" e "Morte di un Confidente") potessero risultare malriusciti, ma almeno sono riuscito a valutarli seguendo un sistema professionale, considerandoli cioé veri e propri "film" e non "telefilm" come "Distretto di Polizia" (ed occhio alla distinzione). "Crimini" era un nuovo esperimento, che purtroppo era destinato ad un tipo di televisione che ben poco capisce di intrattenimento, e dunque punta tutto sul rendito e sullo share, creando casini. Non dico che la serie potesse piacere a tutti (anche se diverse testate e opinionisti hanno elogiato vari episodi), né ritengo realistico che la televisione si basi solo sulla qualità, vincendo la legge dello share. Dico, però, che se c'era una serie che avesse il diritto di continuare, nel bene o nel male, per originalità e innovazione, quella era "Crimini". Ma è comunque colpa della maggior parte degli italiani, che si vanno a vedere i Vanzina al cinema e sputano sopra ai bei film dicendo che sono "troppo pesanti". Ma andate al diavolo, pecoroni! Guardatevi un pò di televisione decente, invece di "Grande Fratello"!

P.S. tra l'altro, il fatto è condannato da molti blog. Se è così, allora un motivo "qualitativo" ci dev'essere.

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16.1.07

"Hannibal Rising" VS "Zodiac"

Ho appena visto i trailer di due attesi thriller che saranno nelle nostre sale nel 2007. Non due thriller qualsiasi: il primo è il quarto episodio della saga di Hannibal Lecter, uno dei personaggi più affascinanti mai visti al cinema, da me adorato, pur nella sua funesta perversione.
L'altro è "Zodiac", che narrerà la triste vicenda dell'omonimo serial-killer che agì a San Francisco negli anni '70 e non fù mai beccato (ispirò "Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo!" con Eastwood). "Zodiac" sarà inoltre diretto da David Fintcher, uno dei registi che più ammiro.

"Hannibal Rising" è quello che mi ha convinto di meno: già il fatto che il romanzo di Thomas Harris e il film da esso tratto escano a soli tre mesi di distanza è sintomo di cavolata. La trama è particolare e affascinante: si racconta della gioventù di Hannibal, originario della Lituania che, durante la II Guerra Mondiale, perse la sua famiglia ad opera di soldati sovietici super-cattivi-mezzi cannibali, e che, proprio a causa di questo, impazzì già da bambino. Fattosi ragazzo, Hannibal intraprende la sua vendetta contro gli assassini della famiglia, diventando a sua volta cannibale e intraprendendo l'allegra carriera per cui tutti i bravi cinefili lo conoscono. Come ho già detto, la trama mi gusta un poco, ma mi viene il dubbio che tutto questo "giustificare" i crimini e la "natura" di Lecter, prima o poi, potrebbe distruggere uno dei grandi miti del cinema thriller/horror (speriamo non di più di quanto l'orrendo "Hannibal" di RIdley Scott non abbia già fatto!). E poi, "Il Silenzio degli Innocenti" e "Red Dragon" sono due dei miei film preferiti: il primo capolavoro assoluto, l'altro bel film di genere. Se mi rovinano Hannibal, faccio causa a Thomas Harris (dopo aver trovato abbastanza miliardi di dollari per pagare gli avvocati).


"Zodiac", invece, mi gusta, e neppure poco: a parte il fatto che quando si tratta di "miti" della cronaca nera americana io vado in brodo di giuggiole. Ma suscita il mio interesse anche sia per il suo autore, David Fintcher, sia per il plot, veramente niente male: quattro giornalisti si ritrovano a indagare sugli omicidi di Zodiac, che uccideva le sue vittime prendendole alle spalle, in macchina, mentre erano "appartate" in posti isolati". Ha ucciso tanto, e non ha mai pagato. I quattro giornalisti spendono tutta la loro vita professionale e personale sul caso, diventando folli, e non arrivando a nulla. La trama, in mano a colui che ha regalato al mondo lo splendido "Se7en" potrebbe rivelarsi un'ennesimo grande dramma psicologico come lo era stato il sopracitato capolavoro e il bellissimo "The Game". A FIntcher piace, sotto la patina da normale thriller "di genere", trattare i sentimenti, le paure e i conflitti interiori dei suoi personaggi, facendo così diventare i suoi film molto più "transgenere" di quel che non se ne dice. Con una trama che parla di "ossessione", "morte", "follia" e mistero, mi aspetto personalmente un gran bel film.

Morale della storia: Zodiac spara ad Hannibal prima che questi possa estrarre il bisturi ed accedere il fuoco per prepararsi la cena... ed occhio alla matafora...
Poi, può darsi che le mie previsioni siano totalmente sbagliate. Ma mica ho detto di chiamarmi Nostradamus!

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SALVIAMO FILMTV!

Emergenza, emergenza! FilmTV, rivista e sito di cinema a cui sono iscritto da due anni a questa parte, rischia di chiudere definitivamente. Ciò, oltre a farmi perdere contatto con numerosi "amici di penna", sarebbe un peccato per tutti coloro che amano il cinema, perché è una banca dati stra-carica di risorse e notizie infinite. Purtroppo, problemi economici stanno minacciando l'esistenza del sito. Invito tutti quanti coloro che amano il cinema a comprare una copia di FilmTV in modo da rilanciare le vendite, così da dare una speranza a questa piccola congrega di appassionati di cinema, essenziale per la sussistenza di un contatto diretto fra "critica ufficiale" e "critica amatoriale", uno dei pochi siti in cui il tizio che ama spararsi un film e scriverci sopra la sua idea o riflessione può confrontarsi apertamente con altre persone o con idee e recensioni firmate da emienti critici cinematografici italiani. Faccio parte di quel sito da troppo tempo, perderlo sarebbe veramente un peccato!

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14.1.07

"Sentieri Selvaggi"

Ieri ho comprato e rivisto "Sentieri Selvaggi" di John Ford in DVD.

Caspita, mi è emozionato in una maniera tremenda: è un western così corale, carico di sentimenti potenti e contrastanti, che a fine film avevo il cuore in gola. E dire che a me il western americano non era mai piaciuto... invece questo "classico", nonché capolavoro assoluto, ha delle punte veramente straordinarie.
Mi ha colpito molto la carica di umanità presente nella pellicola: tralasciando la scarsa sensibilità mostrata verso la questione "cowboy vs indians" (comprensibile, siamo negli anni '50, la rivalutazione della figura del genocidio contro gli indiani d'America è ancora lontana...), è un bel film perché è un "dramma corale". Racconta una famiglia, praticamente: tanti personaggi, quelli che ruotano attorno alla storia, che hanno una carica umana per me veramente toccante e irresistibile. Anche il personaggio di John Wayne è molto meno manichéo di quanto non si dica. E' turbato e pieno di "problemi", e la sua storia mi ha colpito veramente molto. Dio, veramente un bellissimo western.

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13.1.07

MORTE DI UN CONFIDENTE


Episodio della serie “Crimini” ambientato a Padova, ancora diretto dai Manetti. Che stavolta deludono un po’.

TRAMA:

Giulio è un poliziotto che lavora nella squadra speciale anticrimine di Padova. Aggancia confidenti, li fa parlare, e poi incastra i delinquenti “veri”. Poi, la sua vita sembra prendersi gioco di lui: nel giro di un anno, a causa di un’indagine fallita, perde un testimone, il suo matrimonio fallisce, il suo lavoro diventa il suo incubo.

I suoi superiori riescono a convincerlo a tornare in azione, prendendo contatto con un informatore, Ortis, per indagare su un traffico di armi e droga. Ma quando la Guardia di Finanza si mette in mezzo, tralasciando così ogni normale misura di sicurezza per il testimone, Ortis e sua moglie vengono uccisi dai trafficanti, e Giulio, naturalmente non se lo perdona. Intraprende così una singolare caccia all’uomo per vendicare Ortis e scacciare i fantasmi del passato…

CRITICA PERSONALE

Una trama che ripercorre i clichè del noir poliziesco, scavando attraverso i dubbi e le fobie di un uomo allo sbando, non è terreno nuovo per questo genere di crime story. L’originalità ne risente tantissimo, la sensazione di “deja-vù” è enorme; si potrebbero citare altri mille racconti e film basati sulle stesse tematiche, senza che nessuno, neppure Massimo Carlotto (autore della storia) possa obiettare. E poi, c’è da dire che al povero Giulio gliene succedono proprio “di cotte e di crude”: mai vista una narrazione così piena di disgrazie e di tragedie che colpiscono un solo uomo! La scarsa cura per i dettagli nella sceneggiatura, che risulta macchinosa in alcuni punti-chiave mal risorti, non fa altro che aumentare la delusione per questo film. Anche i Manetti sono sottotono, tutto sommato, gli manca quel brio messo negli altri due episodi da loro diretti. Alla fine si ha l’impressione di vedere una puntata di “Coliandro” senza senso dell’umorismo, ma con tematiche identiche e trattate in modo non approfondito. Il film azzecca gli attori giusti, i dialoghi sono buoni. Ma alla fine il film rimane “a metà”, non decolla del tutto e la trama, a mio avviso un po’ superficiale, dà il colpo di grazia. Buona la colonna sonora, discreto il ritmo, ma non arriva ai livelli del film tratto da De Cataldo (diretto, se si ricorda, dagli stessi Manetti). Insomma, l’operazione scricchiola. Voto: 61/ 2.

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4.1.07

"IL BAMBINO E LA BEFANA" su RaiDue

In tema con i giorni di festa, RaiDue ha trasmesso anche la quinta puntata di “Crimini”, diretta dai Manetti Bros, interpretata da un cast apprezzabile, senza dubbio la migliore del ciclo, per ora.

TRAMA:

Piazza Navona, festa dell’Epifania. Il piccolo Carlo viene rapito da una misteriosa figurante della Befana e portato via alla madre, donna cinica e madre alquanto “distratta”. Adriana, la rapitrice mascherata, è in realtà solo la punta di un’iceberg costituito da una banda italo-slava che fa capo a Giangilberto, squattrinato dai modi detestabile, nonché patrigno di Carletto! A questo punto entra in scena un misterioso barbone di origine lituana, ex-poliziotto, Vilnàs, ed un altro slavo, Damir, delinquente senza scrupoli che “rapisce” a sua volta Carletto da Giangilberto, suo ex-socio.

In un’unica giornata, le vite di cinque persone cambieranno per sempre…

CRITICA PERSONALE

Abbandonati quasi del tutto i toni da fumetto di “Rapidamente”, i Manetti mettono in scena una storia thriller/noir con i fiocchi. Non solo l’intreccio della storia è ben congegnato e tutti i tasselli rientrano al loro posto, ma si può dire che “Il Bambino e la Befana” colpisce perché si riconosce uno “stile” fra le sue pieghe, l’idea di girare un noir serio, appassionante, “sporco” e dai toni cupi, ma soprattutto “realistico”. A contribuire a questo ci sono i Manetti, che come al solito regalano pillole manniane in gran quantità con l’uso del digitale e con sequenze veramente buone, il cast, atipico e convincente, ed una sceneggiatura di ferro, che racconta Roma in modo efficace (non eccelso, forse). Tutto il film è ripreso in diretta, assistiamo all’evolversi della giornata con ritmo veloce e intenso, mentre flashback e flussi di coscienza raccontano l’origine della storia: si entra, con maggior forza degli altri film, nella sporcizia della criminalità organizzata romana, fra trafficanti, giocatori d’azzardo, banditi professionisti, e al contempo in una Roma bella perché “folkloristica”, con tutti i suoi colori di strada, le sue mille lingue e le tante facce losche, fra i suoi eroi e i suoi emarginati. Forse, pur non entrando troppo in profondità, “Il Bambino e la Befana” è il più riuscito fra i film di “Crimini” proprio perché è riuscito a raccontare con mirabile lucidità un mondo ed uno stile di vita, quello della capitale. Buona, inoltre, la caratterizzazione dei personaggi: Ivan Frenek, il poliziotto/barbone, e Giampaolo Morelli (Coliandro!) sono i migliori in assoluto. Ottimo film per la TV, non c’è che dire. Voto: 8+.

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